È Stata la Mano di Dio - Recensione, l'intima autobiografia di Sorrentino

È Stata la Mano di Dio – Recensione, l’intima autobiografia di Sorrentino

Finalmente Sorrentino torna al cinema dopo tre anni con il suo intimo racconto autobiografico È Stata la Mano di Dio: ecco la nostra recensione.

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Dopo tre lunghi anni di attesa dal suo ultimo lungometraggio “Loro”, intervallato solo dall’uscita della sua serie tv The New Pope, Paolo Sorrentino torna finalmente sul grande schermo con È Stata la Mano di Dio, che quest’oggi analizzeremo in questa nostra recensione. Questa volta il regista ci regalerà un racconto intimo e autobiografico su una delle estati che più lo hanno segnato, tra un tragico evento e i gol di Maradona.

Toni Servillo torna a dare man forte al suo amico regista anche questa volta, ma cede il posto di protagonista al giovane Filippo Scotti – che ci dona una grandiosa interpretazione nel ruolo di Fabio Schisa – che in tutto e per tutto sarà l’alter ego spirituale che il regista ha deciso di utilizzare per raccontare questo spaccato del suo passato. Il film sarà disponibile su Netflix dal 15 dicembre, ma a partire dal 24 novembre sarà possibile anche recuperarlo attraverso una distribuzione nelle sale cinematografiche, cosa che vi consigliamo caldamente di fare, poiché è un’opera da vivere su grande schermo.

La mano di Dio

Poche volte nella storia una singola figura ha avuto il potere di sollevare in un unico grido lo spirito di un’intera città. A molti potrebbero venire in mente filosofi greci o rivoluzionari del Sud America, ma se si parla di calcio può venire in mente una sola e unica persona: Diego Armando Maradona. Le prime voci che parlavano di un suo possibile arrivo nel capoluogo campano venivano quasi sbeffeggiate, visto che “un campione del suo calibro non si sarebbe mai abbassato ad arrivare a Napoli”. Ma la realtà talvolta supera anche il più grande dei sogni, e al suo arrivo i cittadini lo guardavano quasi come se fosse stata l’apparizione della Madonna. Questo preciso evento accade proprio al nostro protagonista Fabio Schisa e a suo fratello, che camminando per le strade della città si imbattono nel Pibe de Oro, e tutto intorno a loro la città si ferma. Nessun respiro. Nessun cinguettio o folate di vento. Persino i cuori sembrano fermarsi di fronte al suo arrivo.

Questo episodio di calciomercato, che ha definito tutta l’estate del 1984, sarà la scintilla che darà inizio alle vicende che accompagneranno tutti i personaggi di quest’opera. Tutte le dicerie sul suo possibile arrivo, su come molti lo davano ormai per certo mentre altri le consideravano “fuffa da giornalai”, si insinuerà in ogni discorso della famiglia Schisa e animerà ogni tavolata. In questa recensione vi confermiamo che la potenza di È Stata la Mano di Dio si trova proprio in questo: Sorrentino è riuscito finalmente a trasportare su schermo un vera famiglia italiana, nella quale lo spettatore non solo si rispecchia ma riesce a immedesimarsi così tanto da sembrare di essere seduto al tavolo insieme a loro a ridere e scherzare. Qui va fatto dunque un plauso anche a tutti gli attori che hanno preso parte al film: da un Toni Servillo che di anno in anno diventa sempre più bravo; al giovane Filippo Scotti che al suo debutto come protagonista al cinema buca lo schermo, aggiudicandosi il meritato premio come Miglior Attore Emergente al Festival di Venezia; oppure una grande prestazione da parte di Luisa Ranieri, che porta su schermo l’instabilità mentale della zia di Fabio.

Sorrentino ha finalmente preso il coraggio necessario per raccontare uno dei momenti più belli e allo stesso tempo tragici del suo passato, ben lontano da opere come Il Divo o lo stesso Loro. Un film che alterna la commedia al dramma, scene di vita comune ad altre assolutamente più grottesche, ma sempre raccontato e diretto con l’amore e la dolcezza che solo un figlio che ricorda i propri genitori riesce a fare. Questo ritratto autobiografico della sua gioventù rapisce lo spettatore e lo accompagna nella lunga montagna russa di emozioni che lo stesso regista ha vissuto in quell’estate. Il tutto sempre accompagnato dal solito Maradona e alla sua “mano de dios” che umiliò l’Inghilterra nel mondiale vinto proprio dall’Argentina nel 1986… giusto qualche mese prima del tragico incidente che segnerà per sempre la vita di Fabietto.

Napule è mille culure

Molto spesso noi italiani abbiamo questo brutto vizio di snobbare il nostro Paese, che sia a causa del modo con cui viene governato che non rispecchia le nostre idee oppure per una voglia di staccarsi da una realtà che ci è sembrata sempre fin troppo stretta e magari scappare verso mete ben lontane dalla nostra casa – cosa che persino io stesso ho purtroppo provato in prima persona. Eppure con È Stata la Mano di Dio, Sorrentino rapisce il cuore dello spettatore e lo catapulta in una Napoli che a tutti gli effetti diventa il terzo protagonista della storia, come possiamo confermarvi in sede di recensione, staccata di qualche spanna solo da Maradona e Fabietto. Napoli è la costante che tiene uniti tutti i personaggi che incontreremo nel corso della pellicola, facendo sentire a chi è in sala una strana nostalgia di quegli anni e di quei luoghi ormai ben lontani dalla realtà odierna, nonostante non li abbia nemmeno vissuti. Il capoluogo campano diventa dunque una sottospecie di “locus amoenus”, un posto isolato e magnifico, capace anche di unire un intero popolo in un solo grido per esultare a un gol.

Napoli però può anche farti sentire troppo stretto se sei un artista che prova a spiegare le sue ali e mostrare a tutti di cosa è capace. Questo sarà esattamente ciò che capiterà al povero Fabio, incatenato in una città troppo lontana dal suo sogno e che soprattutto gli fa riaffiorare nella mente un ricordo terribile, forse uno dei peggiori che si potrebbe vivere alla sua età. Se per la prima metà il setting è sospeso nel tempo, magico e quasi fiabesco, col proseguire delle vicende subiremo lo stesso cambio di prospettiva che avviene anche al protagonista dell’opera: se inizialmente le inquadrature fossero più ampie, con panoramiche lunghe che inquadravano interi scorci di mare e città, nella seconda metà i colori di ogni inquadratura si incupiscono; i vicoli stretti e gli ambienti chiusi la fanno da padroni e – a differenza della prima parte – i passaggi chiave avvengono di notte anziché di giorno.

Tutto ciò però non può fare altro che portare a un finale davvero inaspettato, con uno dei dialoghi più belli visti nel panorama italiano degli ultimi anni. Un lungo botta e risposta tra Fabio e il regista Antonio Capuano, dedicato non solo a tutti coloro che sognano prima o poi di lavorare in questo settore, ma più in generale anche a chi ama semplicemente il cinema. A chi ha qualcosa da dire e non trova ancora il coraggio di gridarla con forza a tutto il mondo, tralasciando ogni paura e ogni ripensamento. E il tutto incorniciato dal golfo di Napoli illuminato dai primi raggi dell’alba.

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Recensione
  • È Stata la Mano di Dio
    8.7Voto Finale

    Con È Stata la Mano di Dio, Sorrentino racconta una delle parti più intime e private della sua vita, e lo fa con una dolcezza che solo un figlio che ricorda i propri genitori riuscirebbe a fare. Questo film è una delle rare volte in questi ultimi anni in cui il regista diventa tutt’uno con il protagonista e riesce finalmente a raccontare quella rabbia e quel dolore che fin da troppi anni teneva chiusi dentro se stesso. Ogni attore, dal protagonista alla più piccola comparsa, donano una prova eccellente e danno il loro contributo alle vicende anche se infondo compaiono solo per pochi minuti. Il tutto incorniciato da una Napoli che si era innamorata del Pibe de Oro, che riuscirà a regalare il primo scudetto della Serie A ai partenopei. Una città magica, che sapeva unirsi in un unico coro per incoraggiare la propria squadra, ma allo stesso tempo troppo stretta per chi vuole raggiungere il suo sogno e lasciarsi alle spalle un doloroso ricordo... d’altronde, citando l’indimenticabile Pino Daniele, “Napule è mille culure, Napule è mille paure”.

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