Farha - Recensione, l'inevitabilità della storia a contatto con l'infanzia

Farha – Recensione, l’inevitabilità della storia a contatto con l’infanzia

Mostrato alla sedicesima edizione della Festa del cinema di Roma, Farha ha sicuramente colpito nel segno: eccovi la nostra recensione.

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Siamo tutti vittime della storia, o possiamo riuscire a controllarla a discapito di tutto? Questa domanda si sposa perfettamente con le vicende di trama di Farha, film di cui oggi vi andremo a parlare in questa recensione. Cercare di essere se stessi in relazione al contesto culturale in cui si è nati, aprirsi a nuove difficoltà scontrandosi con gli stilemi locali, emergere e custodirne per sempre addosso le cicatrici. Darin J. Sallam ha intarsiato il suo film con molte di queste riflessioni, presentandolo prima al Toronto International Film Festival e al Busan International Film Festival ed in seguito alla Sedicesima Festa del Cinema di Roma. Il peso del materiale trattato è sicuramente riuscito a far breccia fin da subito nel pubblico in sala, lasciando però aperti alcuni dubbi per quanto concerne la struttura generale e la resa di alcuni sviluppi.

Una bambina e la storia 

La trama di Farha è ambienta nel 1948, precisamente in un piccolo paesino della Palestina. Qui una giovane ragazza, colei che fa da titolo alla pellicola (interpretata da Karam Taher), cerca in tutti i modi di trovare una propria strada, anche sfidando le convezioni culturali locali. Il suo sogno è quello di studiare, d’immergersi nella cultura attraverso la scuola. Dapprima incontra le titubanze del padre (Ashraf Barhom), il cui primo pensiero e quello di proteggerla sistemandola, magari in matrimonio. In seguito, convinto anche dallo zio, quest’ultimo cederà al desiderio della figlioletta. Purtroppo però la loro felicità durerà ben poco, dato che lo scoppio della guerra stravolgerà tutte le carte in tavola.

La scelta di ambientare il tutto durante la “nakba” (l’esodo dei popoli arabo-palestinesi al termine del mandato britannico, nel corso della guerra arabo-israeliana) è essenziale nella comprensione del messaggio di fondo. Anche perché potremmo tranquillamente dividere la pellicola in questione in due parti distinte: la prima, in cui ci vengono presentati i vari protagonisti e il contesto generale, e la seconda, con la guerra, la violenza e la piccola protagonista chiusa in una cantina, nascosta da tutto quanto, ma comunque coinvolta. Questa seconda scelta in Farha, come approfondiremo in seguito nella recensione, si rivelerà dapprima interessante, ed in seguito abbastanza limitante.

Farha recensione

É l’inevitabilità della storia a cambiare ogni cosa, mostrandoci la violenza di una vita letteralmente travolta dagli eventi. In realtà fin dall’inizio c’è questo sentore particolare, come se qualcosa stesse per arrivare inesorabile. Quando tutto scoppia le tematiche cambiano improvvisamene, trasportando tutto in una nuova direzione. Sotto la lente d’ingrandimento della regista non c’è soltanto un particolare contesto culturale, ma anche il rapporto che la storia ha con gli esseri umani. La violenza delle vicende mette in luce una crudeltà che non si fa mai scrupolo della vita di nessuno, neanche di quella dei bambini. Infanzia e dolore dunque, crudeltà e ingenuità, voglia di vivere contro rabbia e morte.

Un discorso formale che ci prova

Come scritto anche sopra, è giusto spezzare questo film in due anche dal punto di vista formale. Nella prima parte avremo un insieme d’immagini che oltre a parlare dei protagonisti, mette in luce anche il contesto (con un’attenzione particolare verso usi e costumi locali). Nella seconda, invece, tutto piomba nell’oscurità del rifugio in cui si trova Fahra. Il fatto di traslare gli eventi generali attraverso lo sguardo di una bambina funziona fino a un certo punto, rallentando drasticamente il ritmo del film dalla seconda metà in poi. É proprio questa dilatazione temporale a frenare maggiormente ogni cosa, senza funzionare troppo a lungo andare. Il fatto che la regia giochi molto coi suoni e la percezione della protagonista funziona fino a un certo punto, pur restando l’interpretazione di Karam Taher credibile fino alla fine. 

Un tipo di immagine, quindi, che parla ancora apertamente con lo spettatore, avvolgendolo e soffocandolo, rubandogli ogni singolo respiro. Il ritmo però cala e con esso anche l’attenzione generale. La forza di questa piccola donna però emerge in toto, e si pone come simbolo di una resistenza che sorregge l’intera narrazione, valorizzata dall’interpretazione della suddetta attrice. Il tutto non convince fino in fondo, però, sforzando una visione che avrebbe meritato un dinamismo maggiore. Certamente il fatto di centralizzare la maggior parte delle riflessioni intorno alla suddetta fanciulla è fondamentale da sottolineare in una recensione di Farha, ma resta comunque curioso anche l’approccio verso il “contorno“. Il mondo in cui Farha stessa si muove e di cui lei stessa ha paura ci ricorda in ogni istante che il valore di un essere umano è sempre relativo, sempre legato a qualcos’altro. Da ciò una delle più grandi denunce della pellicola che non soltanto tratta di un preciso periodo storico, ma del modo stesso in cui l’umanità ne è stata assorbita e inglobata. Il modo in cui lo fa è discutibile, ma il messaggio resta chiaro dall’inizio alla fine.

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Recensione
  • Farha
    6Voto Finale

    L'importanza di Farha risiede soprattutto nella miriade di messaggi che lancia e nelle dinamiche affrontate nel corso di tutta la sua narrazione. Ne fuoriesce dapprima un piccolo trattato, l'affresco di un periodo e di un luogo preciso che tenta di farsi realistico e credibile, e dopo una vera e propria anticlimax profonda. Tutto però viene drasticamente rallentato andando ad inficiare direttamente sul modo in cui lo spettatore stesso percepisce gli eventi. Il ritmo rallenta e tutto si evolve, ancora una volta, verso strade differenti. Il modo in cui la violenza viene trattata diventa quindi altalenante, in un'esperienza che si serve della propria protagonista per raccontare qualcosa di molto più grande, qualcosa di mastodontico. Gli intenti sono chiari e il messaggio pure. La struttura, però, avrebbe meritato una maggiore attenzione generale.

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