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First Man – Recensione del quarto film di Damien Chazelle

First Man è il quarto film di Damien Chazelle e racconta la storia di Neil Armstrong, il primo uomo a sbarcare sulla luna.

First Man – Il primo uomo è il quarto film di Damien Chazelle, il giovane regista classe 1985, nonché il più giovane premiato con l’Oscar alla miglior regia all’età di 32 anni, un mese e 7 giorni. Fu nel 2017 per La La Land e le aspettative per questo nuovo lungometraggio non potevano che essere molto alte. First Man non racconta l’Apollo 11, la missione che il 20 luglio 1969 portò per la prima volta l’uomo sulla luna, ma la vita di Neil Armstrong, il famosissimo astronauta che vi fece il primo passo. Un film storico di 141 minuti prodotto, tra gli altri, da Steven Spielberg.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità

Chi non conosce questa frase? Quella che pronunciò Armstrong dopo essere sceso dal modulo lunare ed aver iniziato la sua passeggiata. Un uomo raccontato nel profondo, nel contesto familiare e nel contesto lavorativo. Pilota espertissimo, collaudatore, un padre provato profondamente dalla morte di sua figlia. Tanto provato da renderlo a volte assente e irraggiungibile dalla sua famiglia. Lo stress per il lavoro forse più pericoloso esistente al mondo, per le responsabilità sulle sue spalle, per il rischio di avere un incidente mortale. I continui dolori per le perdite di suoi colleghi che continuavano a sommarsi incessantemente. La necessità di raggiungere la luna, ma la consapevolezza che avrebbe potuto perdere la vita in missione.

First Man è diverso dagli altri

Quello di First Man è un compito difficile. Deve raccontare una delle vite più complesse e importanti della storia dell’uomo, ma non può essere ricondotto ad altri film come Apollo 13, o InterstellarGravity e via dicendo. Deve trovare un linguaggio differente per interessare il pubblico e Damien Chazelle ha avuto il colpo di genio. Così, la narrazione di quello che sembra un film tradizionale diventa quasi quella dei video amatoriali dell’epoca. Un po’ dramma, un po’ documentario e un po’ film tradizionale, First Man scorre con piacevolezza fino alla fine, trovando un ottimo bilanciamento di pesi nella sceneggiatura tra scene movimentate, di azione e scene incentrate più sull’introspezione e sui dialoghi. Lo spettatore non viene mai annoiato, specialmente se riesce a farsi trascinare completamente dai personaggi, cosa facilitata sicuramente dal lavoro degli attori. Ryan Gosling nella parte di Armstrong e Claire Foy in quella della moglie Janet, sono i protagonisti che aiutano a mettere il fiocco su una sceneggiatura già impacchettata bene. Aggiungiamoci scenografia perfetta, infatti candidata all’Oscar, i giusti costumi, e ci siamo!

Certo, bisogna abituarsi a qualche scelta registica che potrebbe non piacere, ma che riguarda più che altro la fotografia. Parliamo di una maniera molto frenetica di inquadrare. La camera è quasi sempre a mano, ma con un movimento che a volte può essere anche esagerato e che al cinema potrebbe dare fastidio. Nessun problema per le scene d’azione, perché lì risulterebbe normale e anche l’unica scelta possibile, ma in quelle statiche – di dialoghi o scene tranquille –  potrebbe risultare fastidioso. Al tutto sono state aggiunte anche le zoomate che potrebbero ricordare The Office Modern Family. Ok, servono a ricordarci il punto di vista, che deve essere diverso dal solito, deve essere amatoriale, ma siamo sicuri che sia la scelta più funzionale?first man

Il montaggio è più classico, affidato a Tom Cross, premio Oscar al miglior montaggio nel 2015 per Whiplash ed è ben eseguito. Merita un discorso a parte il sonoro, che ha una qualità decisamente di grande rilievo. Qui fioccano candidature all’Oscar sia al miglior montaggio sonoro che al sonoro. È tutto giusto. Ogni piccolo suono è collocato lì, perfettamente. Le sequenze dei voli e le manovre nello spazio riescono così a diventare ansiogene e a tratti inquietanti. Intelligente anche l’utilizzo dei silenzi e particolare quello dei dialoghi dei personaggi originali nei momenti clou dell’allunaggio. La colonna sonora è di Justin Hurwitz, che aveva già musicato vinto l’Oscar sia alla miglior colonna sonora che per la miglior canzone per La La Land. Molti brani, la maggior parte brevi, accompagnano il film. Si basa essenzialmente su due o tre movimenti musicali che generano i temi di base, riproposti più volte ma con varianti, nel corso della pellicola. Per alcuni versi ripetitiva, in realtà risulta molto adeguata per lasciare un’ulteriore traccia a chi guarda. In pochissimo tempo la musica di First Man rimane in testa, ci si affeziona anche. Per qualche appassionato di musica, sicuramente, non se ne andrà neanche dopo i titoli di coda. Il brano The Landing è un gioiellino e riassume un po’ tutte le caratteristiche della colonna sonora in generale.

First Man vince l’Oscar ai migliori effetti speciali con merito. Non parliamo di scene assurde da film di supereroi, di incredibili animazioni grafiche tridimensionali, ma di quelli che una volta riconoscevamo come effetti visivi, quelli per cui l’utilizzo del computer è un supporto, ma non una necessità principale. Le sequenze nello spazio sono perfette, l’allunaggio potrebbe essere un video storico girato e rimasterizzato.

Per concludere, un buon film, convincente, ma non un capolavoro. Qualche scelta che potrebbe sembrare tanto giusta ad alcuni, quanto sbagliata ad altri, ma che ha senso di esistere. Da vedere perché intrattiene, ma anche perché informa molto fedelmente. Non piacerà ai complottisti della conquista della luna.

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