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Il Grande Spirito – Recensione del nuovo film di Sergio Rubini

Il Western sui tetti di Taranto
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Wakan Tanka esiste, e si fa evocare anche in una periferia del meridione. Lo spirito guida dei popoli indiani che più comunemente viene chiamato “Il Grande Spirito” ci osserva onnipotente, unendo tutto e tutti, creando un mondo ideale fatto di rispetto per le cose e gli esseri viventi. Queste sono le credenze e la visione della vita di “Cervo Nero” un indiano metropolitano, uno sciamano che vive come un reietto (secondo tradizione) sui tetti di Taranto, ultimo baluardo di una civiltà ormai sempre più smembrata e decadente. Cervo Nero è anche Renato, un picchiatello dalle molte fragilità interpretato magistralmente da un grande Rocco Papaleo. Le sue praterie che va invocando nei suoi apparenti vaneggiamenti, sono occupate abusivamente dalle fabbriche che eruttano in maniera perpetua gas e fumi nocivi. L’Ilva di Taranto fa da sfondo e incombe – come fosse uno dei personaggi principali- su questa storia atipica e stralunata. All’orizzonte una figura ossuta e claudicante fa la sua comparsa. Ha un naso pronunciato (sembra uscito dai disegni di Andrea Pazienza) vestito con abiti antiquati, calza delle scarpe lunghissime che lo rendono ancora più buffo; corre in maniera scomposta (con i piedi piatti) saltando da un tetto all’altro della città per sfuggire dai suoi inseguitori. L’inizio è quanto di più Western ci si possa aspettare (ormai chiave di lettura prediletta per moltissimi messaggi sociali) e ci presenta questa sorta di improbabile Jesse James che scappa con il canonico “malloppo”. Dentro la borsa di “Toninodetto anche “Barboncino”, c’è il riscatto di una vita magra, fatta di rapine e azioni poco edificanti. Su questi tetti farà un incontro inaspettato e forse nascerà un’amicizia strampalata tra due esseri agli antipodi, accomunati probabilmente solo dall’accento pugliese. Questo dualismo richiama alla mente il bellissimo (e troppo dimenticato) esordio alla regia di Sean Penn, il film era “Lupo Solitario“, anche li avevamo due figure particolari: due fratelli contrapposti da esperienze ed estrazioni sociali diverse, con modi di vedere e di interpretare la vita in maniera opposta, Il fallimento della famiglia e l’autodistruzione. A fare da sfondo l’ennesima provincia americana con le radici affondate nello spiritualismo indiano (il titolo originale è appunto The Indian Runner) terre abitate anticamente dai Sioux. Anche li un personaggio ai margini, un reietto, affascinato dagli indiani che passavano per quelle terre recapitando messaggi e un altro più realista e radicato nella civiltà moderna.

Queste sono le premesse molto suggestive del nuovo film di Sergio Rubini che dimostra una maturazione invidiabile nel giocare con la poetica western senza risultare banale o ridicolo. Ci descrive una periferia di Taranto decadente, flagellata dalla criminalità, dalle vessazioni verso le minoranze (dopo i fatti di Manduria il film ha un tempismo perfetto) con le fabbriche tossiche che deturpano un paesaggio formato da un’edilizia pressappochista che ammassa letteralmente gli edifici gli uni agli altri. In questo abbraccio di cemento c’è un macrocosmo di etnie “pellerossa” che resistono stoicamente, come dei guerrieri, agli agenti esterni e alle sopraffazioni di una vita privata non sempre rose e fiori. C’è uno sguardo molto sensibile e raffinato in questi scorci così distopici da futuro steampunk, con questi tetti dove I tubi dell’acqua si attorcigliano, inerpicandosi tra i vari edifici (utilizzate come vere e proprie scalette per passare da un tetto all’altro) alternati a miriadi di antenne Tv ammassate senza un minimo di ordine, mentre l’orizzonte plumbeo dei fumi dell’Ilva si staglia su tutto questo come un velato riferimento alla lotta tra indiani e l’avvento del “Cavallo di Ferro” che avanzava nelle loro terre sbuffando un pestilenziale fumo nero. In questo senso, come si accennava prima, i Tarantini sono proprio dei pellerossa che resistono all’avanzare inesorabile di questa bomba ecologica che, come la ferrovia, portò non solo le malattie dei bianchi, ma anche una rabbia e una bellicosità sociale dove è sempre più difficile districare i torti dalle ragioni. Oltre al linguaggio locale (a tratti sottotitolato) e le varie situazioni da cinema western, compaiono molto spesso anche le pistole a fare da richiamo: la sparatoria finale è un classico del genere e contribuisce ancora di più nel rendere chiari le ispirazioni di Sergio Rubini. Perciò non sarà un caso l’accostamento (rievocato nel titolo simile) ad un altro grande western italiano “Il Grande Silenzio” opera magistrale di un altro “Sergio” che faceva di cognome Corbucci.

 

Pellerossa metropolitani e barboncini

I personaggi sono dei veri ultimi della società, dei reietti, ma questa storia contribuisce ad esprimere che nel degrado c’è comunque una scintilla di positività. Un po’ come le periferie romane de “I Soliti Ignoti” di Cosimo e la sua banda scalcinata: dove c’è qualcuno pronto a schernire il più debole, c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarlo, e questo il film di Rubini lo esprime senza retorica ed in maniera molto spontanea. Nonostante il protagonista sia Rubini, è Rocco Papaleo a rubare la scena più di una volta con il suo Cervo Nero della tribù dei Sioux. Un’irresistibile pellerossa metropolitano relegato nella sua piccola “riserva” mentale, che fisicamente è ambientata in un tetto malandato di una squallida palazzina. Il “Matto” al cinema è forse il classico dei ruoli che un grande attore aspira ad interpretare almeno una volta nella sua carriera, ma gli esiti non sono sempre lusinghieri. Papaleo ne tratteggia bene i particolari senza risultare troppo macchiettistico o rischiando di andare verso i luoghi comuni del minorato alla Rain Man. Stralunato, in una deriva psicologica evidente (a seguito della morte del padre operaio, che tornava dalla fabbrica coperto di polvere “rossa”) con accenni memorabili di bipolarismo tra euforia e indolenza, vaneggiamenti di praterie invisibili, mandrie di bisonti, rituali da sciamano: un personaggio assurdo, emblematico, intriso di poetica. Il Tonino di Rubini se ne va in giro vestito come un criminale anacronistico dei poliziotteschi anni 70. Ancora non intende mollare quello stile di vita. Neanche lo sguardo severo del figlio e dei due nipotini riescono a dissuaderlo. Nel trafugare quella borsa piena di contanti c’è tutto il riscatto di una vita: dopo la morte della moglie sogna di rifarsene una insieme alla nuova compagna molto più giovane di lui. “Lo sai cosa ha detto Toro Seduto agli yankee? quando i fiumi saranno asciutti e gli animali estinti allora capirete che non si può mangiare il denaro” ” E tu digli a Toro Seduto che non capisce un cazzo”. Questo è lo scambio di battute tra i due personaggi che descrive in maniera emblematica il modo di vedere e percepire il mondo: l’animo sentimentale e sensibile di uno, contrapposti al pragmatismo e la disillusione dell’altro. La loro interazione “forzata” dagli eventi è molto interessante: Renato è l’unica persona che non lo giudica (o forse non riesce), isolato e solitario, è troppo impegnato a vederlo come il nuovo amico mandato dal Grande Spirito. Tonino invece è l’unico che gli da un po di considerazione (anche maltrattandolo) nonostante lo sfrutti per il suo bieco tornaconto. Il quartiere presidiato dagli ex compagni di rapina di Tonino che pattugliano la zona alla sua spasmodica ricerca, lo costringeranno a un vero e proprio assedio, dove si scontrerà con questo mondo folle ed alternativo vissuto dal pittoresco Renato che alla sua vista lo additerà come: “L’uomo del destino”.

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Recensione
  • Il Grande Spirito
    7.5Voto Finale

    Una commedia eccentrica, divertente e mai banale. Sfrutta sagacemente l'allegoria della parabola indiana per raccontare la modernità delle periferie pugliesi, sempre più deturpate e dimenticate dall'industrializzazione prepotente, dall'edilizia pressappochista, e dalle bande criminali che imperversano. Una periferia malridotta e disillusa fa da sfondo a questa amicizia improvvisa e poco scontata.


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