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No Longer Home – Recensione di un titolo riflessivo e soffocante

Nello scrivere una recensione di No Longer Home risulta inevitabile riflettere anche su se stessi, un titolo che sa come andare a fondo.

Fin dalla nostra infanzia siamo stati abituati a relazionarci con contesti sociali e familiari pregni di un certo tipo di aspettative, di vario genere, sempre pronte a definirci in qualche modo, a trovare una sistemazione e una strada alle nostre vite, in relazione agli stilemi vigenti e alle possibilità di sorta. Questo genere d’identificazione, di lettura dell’avvenire è tipico delle società più equilibrate, di quei contesti in cui è possibile scegliere come e dove scrivere il proprio destino, il proprio futuro, e soprattutto come farlo, sfruttando o meno le possibilità del momento, oppure scegliendo semplicemente di tratteggiare sentieri inaspettati, ma che comunque tentano di collegarsi con una lettura del presente un minimo coerente. Crescere significa cambiare, significa maturare cercando una propria indipendenza dal nucleo familiare, dalle cure paterne e materne, non soltanto dunque avere un salvacondotto economico, ma anche  procurarsi le credenziali umane per sopravvivere in un mondo che in troppe occasioni non fa sconti a nessuno. Confrontarsi con tutto ciò non è sempre facile, ed è fondamentale parlarne in una recensione di No Longer Home, dato che tutta la sua riflessione, il suo stesso cuore pulsante, si sviluppa proprio in questi termini, giocando moltissimo con “quello che potrebbe essere”, “ quello che potrebbe essere stato” e specialmente con “quello che sarà”.

La paura dell’incertezza nella recensione di No Longer Home

No Longer Home, titolo sviluppato da Humble Grove, è un videogioco punta e clicca (simile ad altri del periodo come Song of Farca, ad esempio), nulla più e nulla meno. Diciamo che tutto il suo potenziale si muove principalmente lungo due strade precise, la scrittura di fondo, e lo stile rappresentativo con cui tutto prende vita e forma. Gli eventi ruotano intorno a due personaggi precisi e distinti, Bo e Ao, i quali si trovano in procinto di terminare il proprio e personale percorso di studi universitario, entrando quindi a pieno diritto nel mondo degli adulti. Il ragionamento intorno a questo titolo si origina proprio da tutto ciò, traslando in termini interattivi un vero e proprio “periodo di passaggio”, di transizione, per questi due giovani, ed approfondendolo, a livello personale, all’inverosimile. 


No Longer Home recensione

La paura di crescere, di cambiare, di abbandonare un periodo della propria vita con tutte le sicurezze e i punti fermi del caso in favore di un apparente salto nel buio, è il motore pulsante di questa storia, nonché principale tematica su cui riflettere anche in questa recensione di No Longer Home. Entrambi questi ragazzi sono consapevoli del fatto che tutto cambierà in un periodo neanche troppo prossimo, e proprio da questa consapevolezza si originano tutti gli eventi, i dialoghi e le riflessioni di base al titolo stesso. Lo stallo esistenziale che provano è un qualcosa di comune a quell’età, come lo è anche il riflettere su se stessi e su tutto quello che si è fatto fino a quel momento. Qui, però, tutto viene amplificato all’inverosimile, impregnando ogni singolo sviluppo attraverso una nostalgia particolare che cela dentro di sé qualcosa di molto simile alla malinconia.

Oltre a un punta e clicca, gran parte del potenziale di No Longer Home si sviluppa attraverso i dialoghi a scelta multipla, qui distinti fra i due personaggi in ogni momento in cui li vediamo interagire insieme. La prospettiva è un elemento centrale sia nel modo in cui si pongono – il giocatore, infatti, potrà sempre scegliere con chi dei due portare avanti le varie discussioni, ottenendo risposte differenti -, sia nel modo di affrontare il mondo di gioco, con uno studio curioso sul punto di vista non soltanto dei personaggi, ma del giocatore stesso. Oltre agli approfondimenti introspettivi, ovviamente, abbiamo anche tutta una serie di spiegazioni esterne e contestualizzazioni pronte ad arricchire ed approfondire il mondo di gioco, rendendolo da una parte vivo e dall’altra, però, inevitabilmente parzializzandolo.

Grafica e scelte estetiche

Se la scrittura del titolo assume un’identità netta dall’inizio alla fine, la sua caratterizzazione estetica non è da meno, con un tocco modellato da uno stile chiaro che, curiosamente, appesantisce ancor di più quanto avviene all’interno e all’esterno della trama, allacciandosi a un discorso che resta tale e ambiguo. I colori a tratti spenti, il modo in cui vengono disegnati gli ambienti e le persone, una ripetitività di fondo generale e alcune scelte nel comparto sonoro, in alcuni frangenti soverchieranno la nostalgia di fondo approdando a una sfera emotiva del tutto differente, quasi indecifrabile, ma comunque piuttosto coerente con quanto rappresentato.

No Longer Home recensione

No Longer Home è uno di quei titoli che gioca abbastanza con chi sta giocando, che ti spinge a curiosare nei suoi meandri fingendosi anche chiaro, in alcuni momenti, ma nascondendo qualcosa che rompe le regole logiche per farsi surreale. Si tratta di una storia che non risparmia nessuno, non risparmia i suoi personaggi, non risparmia chi gioca e non risparmia il sistema sociale occidentale. Mette in dubbio tutto senza starci troppo a pensare, pur trovando una sua strada, nel marasma di dialoghi che lo compongono, arrivando a offrire un’esperienza che senza dubbio resterà impressa nella mente di coloro che vi si avventureranno.

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Recensione
  • No Longer Home
    6.8Voto Finale

    No Longer Home resta senza dubbio un videogioco molto particolare, quasi uno studio attento pronto a mettere in evidenza alcune particolari vicende esistenziali proprie sia dei sui protagonisti, che dei loro coetanei reali. La plausibilità generale viene accompagnata da un comparto artistico che ne accentua sia i lati positivi, le possibilità surreali, sia tutti quelli negativi, arrivando anche a soffocare con alcune sue piccolezze e ripetizioni. La scrittura, inoltre, pur essendo il suo elemento più lucente e centrale, in un certo qual modo, potrebbe tranquillamente apparire soverchiante nel marasma di parole e riflessioni che ha da offrire, soprattutto per un pubblico italiano privo di una buona comprensione della lingua inglese. Un progetto, quindi, sì affascinante, ma al tempo stesso piuttosto complesso nel suo porsi, con qualcosa da dire soprattutto a chi avrà voglia di starlo ad ascoltare fino in fondo.

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