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Orangeblood – Recensione, un confusionario JRPG in pixel art

Il confusionario JRPG di Grayfax Software, Orangeblood, arriva su Nintendo Switch, con molti più difetti che pregi.

Dopo l’arrivo su Steam lo scorso 14 gennaio, Orangeblood, il JRPG indie sviluppato da Grayfax Software, debutta finalmente anche su Nintendo Switch. La prima incarnazione PC del titolo non aveva lasciato certamente una traccia indelebile nel cuore dei giocatori e della critica, con quest’ultima che aveva evidenziato più problemi che lati positivi per questo gioco di ruolo nipponico in salsa pixel art. Tuttavia, la possibilità di giocare in portatilità l’avventura su Switch, la console che maggiormente ha valorizzato i titoli Indie di questa generazione, ci aveva fatto credere che il gioco potesse avere ancora qualcosa da dire nel panorama dei JRPG. Purtroppo, però, le aspettative di rinnovamento non sono state mantenute, e, seppur con qualche miglioramento e ritocco qua e là, l’esperienza di gioco è rimasta pressoché invariata. Non ci resta dunque che raccontare, ancora una volta, cosa è mancato e cosa è andato storto del titolo Grayfax Software.

Un JRPG all’insegna della confusione

Confusi. È questo lo stato d’animo che ci si ritrova a provare per quasi tutta la durata di Orangeblood. Cominciando dalla trama del gioco, fino agli aspetti chiave del gameplay, il titolo della piccola software house nipponica strapazza continuamente il giocatore, tra menù striminziti all’osso che non vengono spiegati, combattimenti a turni introdotti senza un vero e proprio tutorial (eccezion fatta per quattro righe di testo che spiegano come si attacca e come si usano le abilità speciali), e un mondo di gioco che viene solamente accennato, e che pone degli obiettivi che per buona parte della campagna non saranno esattamente chiari.

La terra del Sol Levante è stata da sempre patria natale dei giochi di ruolo. Da Dragon Quest a Final Fantasy, la peculiare impronta nipponica in questo genere videoludico è stata sempre un tratto distintivo, tanto da arrivare a diversificare se stessa sotto l’etichetta di JRPG. Orangeblood porta agli estremi questo modo di essere, estrapolandolo dal suo lato esclusivamente ruolistico e diffondendolo in ogni aspetto chiave del titolo. Ma, sebbene l’idea alla base di Orangeblood potesse essere anche buona, il risultato finale porta il prodotto a nascere e morire nel contesto in cui si sviluppa. Con un’ambientazione che strizza l’occhio ad una Akihabara futuristica immersa nel caos, con dei personaggi che potrebbero essere a buon diritto i protagonisti di un anime, fino ad una struttura di gioco che si ispira (o meglio, prova ad ispirarsi) ai più classici JRPG, il titolo Grayfax avrebbe infatti tutte le carte in regola per iscriversi all’albo del genere, seppur rivolgendosi ad un pubblico orientale. Eppure, il mix che il team si era immaginato non fa altro che rimanere un’idea confusionaria che, trasposta su schermo, non fa altro che confondere il giocatore, occidentale od orientale che sia… ma andiamo con ordine.

OrangebloodOrangeblood è ambientato in una versione alternativa e futuristica degli anni ’90 giapponesi. Macchine volanti, cyborg quadrupedi ed armi steampunk la fanno da padrone al largo di Okinawa, per la precisione a New Koza, un’isola artificiale costituita da malfamati sobborghi periferici. Qui faremo la conoscenza della nostra protagonista, l’irascibile e scurrile Vanilla, ragazza tutto pepe che verrà incastrata, a causa del proprio passato, dalla CIA, organizzazione che la obbligherà a rintracciare ed eliminare un boss della malavita locale. Per vie traverse faremo conoscenza con Machiko, una ragazza dai modi più garbati, dolci e sognanti: decisamente l’opposto di Vanilla. Giovane DJ del luogo, Machiko riuscirà ad infiltrarsi nel locale gestito dal boss, aiutandoci ad eliminarlo. Inizieranno così le sgangherate avventure delle nostre eroine punk, in una trama da B-movie purtroppo confusionaria e poco lucida, con continui cambi di location e dialoghi dalle battute incomprensibili, arricchite da uno slang forzato (il quale metterà a dura prova il vostro inglese, vista l’assenza della localizzazione in italiano) che appesantiranno la trama del gioco. Ricostruire il filo conduttore degli eventi sarà infatti una vera e propria impresa, e fin troppo spesso perderemo l’orientamento narrativo in un susseguirsi di eventi senza capo ne coda capaci di portare solo a un doloroso mal di testa.

I 16 bit, come non dovrebbero essere

Orangeblood è un JRPG classico vecchio stampo, che strizza l’occhio ai titoli 16 Bit in 2D delle passate generazioni, seppur con una veste grafica più pulita. Il cuore del suo gameplay è costituito da combattimenti a turni all’insegna delle armi da fuoco, durante i quali affronteremo i loschi figuri della malavita giapponese, un boss alla volta. Oltre all’attacco e alla fuga, durante gli scontri potremo gestire i consumabili dal nostro inventario e utilizzare alcune abilità speciali. Le nostre armi da fuoco, poi, si scaricheranno dopo un certo numero di colpi e dovremo “spendere” così un turno per ricaricarle, durante il quale saremo esposti agli attacchi nemici. Dopo una serie di colpi andati a segno, si riempirà una barra degli attacchi speciali, determinati dal livello del nostro personaggio e del party, o dell’arma che abbiamo equipaggiato. Essenzialmente, i personaggi del nostro team si muoveranno sulla mappa di gioco lungo i vicoli malfamati di New Koza. Qui, in alcune zone della città costruite come se fossero dei piccoli dungeon, ci imbatteremo nelle cyber gang locali che, una volta avvistateci, si lanceranno al nostro inseguimento. Iniziato lo scontro, passeremo automaticamente alla schermata di battaglia, nel più classico stile dei GDR.

Il problema principale delle meccaniche di gioco è che, tendenzialmente, il tutto si esaurisce in queste poche righe. I nemici che affronteremo durante l’avventura saranno molto spesso mera carne da macello, utile solamente a riempire la strada che conduce al boss di fine dungeon. A loro volta, i boss non sono nulla di eccezionale, ma ci terranno leggermente più impegnati visto il loro livello, più alto rispetto a quello dei nostri protagonisti. Solo raramente dovremo attuare una vera e propria strategia, elemento che rende Orangeblood un grinding game tedioso e ripetitivo. Alcune scelte di gameplay sono poi veramente incomprensibili. La meccanica della fuga, ad esempio, è stata decisamente mal implementata. Se si deciderà di fuggire da uno scontro (il quale dura, molto spesso, non più di quattro o cinque turni), si tornerà alla mappa di gioco. Il problema è che dopo la fuga, il nemico dal quale saremo appena scappati sarà di nuovo lì accanto a noi, ci vedrà, e lo scontro ripartirà daccapo, rendendo così l’esperienza di gioco veramente fastidiosa.

OrangebloodDa un punto di vista grafico, Orangeblood ci dà il cattivo giorno sin dal mattino: la schermata del titolo si presenta sgranata e mal ottimizzata, così come sarà anche per i menù di gioco, scarni e poco immediati. Non solo, navigando in essi molto spesso potremo imbatterci in alcuni freeze. Nel complesso, il titolo si presenta con uno stile in pixel art dalla visuale isometrica. Se le inquadrature degli interni, e più in generale le istantanee del mondo di gioco, possono dare un colpo d’occhio gradevole, il discorso cambia quando saremo in movimento: le mappe sono confusionarie, e faremo veramente fatica a capire dove ci troviamo e dove dobbiamo andare, anche con l’ausilio della minimappa posta in alto a sinistra sullo schermo.

All’interno di alcune location al chiuso, poi, la situazione addirittura peggiora, con diversi dungeon bui e difficili da portare a termine. I filtri applicabili dal menù, tra l’altro, non fanno che rendere ancora meno stabile la schermata di gioco. Ad eccezione degli sprite dei personaggi durante i dialoghi, questo JRPG è scarno e male ottimizzato. Il comparto audio, infine, è forse l’aspetto maggiormente riuscito del titolo, sebbene non ci lasci nessuna canzone veramente indimenticabile. Nonostante l’ambiente e lo stile anni ’90 potrebbero suggerire un’ampia gamma di tracce dalle quali attingere, la soundtrack è spesso ripetitiva e trascurabile.

Un’idea incompiuta

Orangeblood fallisce quasi in tutti i suoi aspetti. Questo esperimento JRPG in salsa 16 bit tenta di ispirarsi ai classici del genere, inserendosi in un futuristico Giappone degli anni 90. Tuttavia, sebbene questa potesse essere un’idea sulla carta interessante, il tutto finisce per tradursi in una realtà veramente scialba e grigia. I combattimenti sono poco intriganti e mai approfonditi dal punto di vista del gameplay, la trama è intricata e difficile da seguire, a tratti veramente senza capo né coda, e il mondo di gioco e le ambientazioni lasciano il giocatore spaesato, con dungeon decisamente bui e poco ispirati.

OrangebloodIl titolo indie sviluppato da Grayfax Software non ha decisamente imparato dai propri errori e rispetto alla sua precedente versione per PC non è riuscito a limare nessun dettaglio che potesse permettergli di arrivare alla sufficienza. Nintendo Switch è diventata famosa per dare una grande visibilità ai titoli indipendenti, mettendo in risalto le loro caratteristiche, ma nel caso di Orangeblood questo è stato impossibile, poiché il titolo fallisce sia in modalità fissa che in quella portatile. Anche se siete amanti dei JRPG, e non riuscite a vivere senza averli giocati proprio tutti, lasciatevi consigliare e passate oltre. In giro ci sono titoli decisamente più interessanti di questo confusionario Orangeblood.

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Recensione
  • Orangeblood
    5Voto Finale

    Per quanto dispiaccia doverlo ammettere, Orangeblood non riesce a migliorare su Nintendo Switch nessuno dei difetti riscontrati nella precedente versione PC, riconfermandosi un titolo modesto e di bassa qualità. Una trama confusionaria, un comparto ludico fin troppo abbozzato e un impianto tecnico zeppo di criticità rappresentano i punti deboli di un prodotto che, con un po' di attenzione e lavoro in più alle spalle, avrebbe potuto offrire un'esperienza completamente diversa.

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