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Paper Beast – Recensione del nuovo titolo in realtà virtuale di Eric Chahi

Paper Beast è il nuovo gioco in realtà virtuale di Eric Chahi, posto in un ecosistema tanto affascinante quanto criptico. Ecco la recensione!

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Quando vediamo un animale per la prima volta cerchiamo, magari inconsciamente, di studiarlo. Lo scrutiamo, analizziamo, notiamo i suoi comportamenti, come si relaziona con noi e con altri elementi. È una bella sensazione quella della scoperta e della conoscenza della natura che ancora non comprendiamo, e Paper Beast cerca di ricreare proprio quel senso di stupore e meraviglia. Lo fa inserendoci in un ecosistema nuovo e particolare, popolato da creature di carta ignote e tutte da identificare. Esplorazione, interazione, comprensione. Queste le parole chiave dell’ultimo titolo in realtà virtuale realizzato da Pixel Reef.

Studio di sviluppo, quest’ultimo, che sotto la guida di Eric Chahi (Another World) ha sempre ricercato la pace nella creatività. Un incontro di persone fantasiose in grado di creare qualcosa insieme in un ambiente sereno. È questa filosofia di lavoro che ha dato vita al nome Atoll, l’engine del gioco che a sua volta è presente all’interno di Unity. Senza ulteriori chiacchiere, andiamo dunque a scoprire come questo modello di pensiero confluisce in Paper Beast.

Paper Beast

Un mondo digitale sconosciuto

Va ammesso: è difficile non provare un senso di estrema confusione una volta inseritosi il casco del PlayStation VR. No, non per la motion sickness – che anzi non abbiamo minimamente avvertito – quanto per il gioco vero e proprio. Fin da subito ci ritroviamo dispersi in una terra desertica che sembra quasi infinita, avendo come unico punto di riferimento un riproduttore musicale abbastanza fuori contesto. Presto noteremo però una strana creatura cartacea cominciare a camminare lentamente verso una direzione, quasi invitandoci a seguirla. Qui già è possibile comprendere un dettaglio fondamentale del titolo: l’assenza di indicazioni. Nessun obiettivo ben designato, nessuna linea di testo. Solo noi e un mondo sconosciuto. Bellissimo.

È necessario quindi guardarsi intorno, osservare il territorio e gli esseri viventi e cogliere il da farsi. Escludendo le prime fasi, ciò avviene tramite puzzle ambientali ben congegnati, in cui il giocatore è chiamato ad analizzare la situazione e utilizzare ciò che ha a disposizione per raggiungere un determinato scopo che lui stesso deve capire. Ci sono occasioni in cui si deve semplicemente trovare il modo per proseguire, altri in cui si devono aiutare gli animali e così via. Ciò che sorprende maggiormente sono proprio questi ultimi. Ognuno di loro ha un proprio comportamento e reagisce in un certo modo a svariate situazioni. Ma non solo, sono anche in grado di adattarsi a ciò che accade intorno a loro per mano nostra. Tramite un sistema di puntamento (non proprio precisissimo in certi casi) possiamo interagire con i più leggeri di loro raccogliendoli, spostandoli, attirandoli con oggetti secondari e altro ancora. Alcuni sono attratti dalla luce, altri dal fuoco, mentre alcuni si presentano come predatori in cerca delle proprie vittime. Altri ancora lavorano con l’acqua o con la sabbia.

Ad essi, in certe occasioni, possiamo anche collegare particolari strumenti, ma ovviamente vogliamo lasciarvi il piacere della scoperta. Il nostro compito, in ogni caso, è quello di studiarli e comprendere come collegare tutti i punti per giungere alla fine del livello. In generale gli enigmi sono ottimi, tuttavia non manca qualche punto forse più noioso o comunque meno intrigante.

Il gioco è diviso in vari capitoli, ognuno con una certa quantità di piccoli “stage”. Non sono moltissimi e per terminare la campagna, se così vogliamo chiamarla, non sono richieste molte ore. Tuttavia è presente una sorta di collezionabile che, per i completisti, potrebbe allungare leggermente l’esperienza. La campagna, come avrete già capito, non possiede una vera e propria storia. Più che altro ha poetica, metafore o dettagli da interpretare, il tutto legato naturalmente al bizzarro, surreale ecosistema digitale fatto di numeri in cui ci troviamo. Parliamo di un pianeta originatosi dall’accumulo di una spropositata quantità di codici, e spesso il titolo ce lo ricorda con cieli, atmosfere e avvenimenti anche piuttosto inquietanti.

Paper Beast

A dare maggior sfogo a questo clima ignoto ed enigmatico ci pensa la colonna sonora realizzata da Roly Porter, la quale va in contrasto con le poche tracce della band giapponese TsuShiMaMire. Questi due stili musicali così diversi, riprendendo e confermando le parole dello stesso Chahi, rappresentano la stessa contraddizione legata alla presenza di dati e vita in uno stesso universo. Le musiche di Porter sono connesse al tema più criptico e misterioso del gioco, mentre quelle del gruppo al concetto di vita e di nascita, andando a simboleggiare anche il suo lato più vivace e stravagante.

Un mondo ai nostri piedi

Lasciamo da parte i capitoli e andiamo ad analizzare un’altra componente importante dei Paper Beast: la modalità sandbox. Qui siamo un po’ come uno scienziato che svolge esperimenti nel suo laboratorio. Abbiamo infatti a disposizione un grande terreno da modificare a nostro piacimento, nonché un’interfaccia a comparsa molto gradevole e funzionale, sulla quale è possibile destreggiarsi con varie categorie di elementi. Fauna, flora, oggetti e condizioni atmosferiche. Queste ultime sono in grado di cambiare radicalmente il paesaggio intorno a noi, anche se ciò che è più interessante è vedere come il tutto reagisca a ciò che facciamo. Possiamo dare sfogo all’immaginazione e sperimentare l’interazione tra i vari animali e il mondo di gioco.

Paper Beast

Le modifiche al territorio comprendono l’aggiunta o l’eliminazione di sabbia, acqua o roccia, sia in piccole che grandi quantità. Si può così dar vita a laghetti in cui si andranno ad abbeverare alcuni Papyvorus, a montagne di sabbie apprezzate da piccoli insetti e così via. Ciò che facciamo diventa alla lunga molto fine a se stesso, però si tratta comunque di una modalità carina per imparare a conoscere ancora di più l’ecosistema dell’opera.

Paper Beast rappresenta il fascino dell’esplorazione di un nuovo mondo e di ciò che lo caratterizza. Un titolo perfetto per la realtà virtuale, che consente quell’immersione utile ad apprezzare al massimo quello che è il suo scopo principale. Resta molto di nicchia, tuttavia crediamo che tutti possano rimanere un minimo affascinati da una terra che permette di iniziare un’avventura nella più completa ignoranza e, utilizzando ancora una volta le parole di Chahi, riuscire infine a farsi un’idea naturale di ogni cosa.

Recensione
  • Paper Beast
    8Voto Finale

    Facendo dell’interazione e della scoperta i suoi punti di forza, Paper Beast risulta un titolo estremamente immersivo e affascinante. Il giocatore è chiamato ad esplorare un mondo bizzarro e criptico, popolato da creature cartacee singolari, ognuna con un proprio scopo e comportamento. Tramite esse e l’ambiente circostante, il gioco propone puzzle mai banali e che sfidano le abilità di osservazione e logica del fruitore, nonostante non proprio tutti siano intriganti allo stesso modo. Ad alimentare le sue atmosfere misteriose interviene un audio ben realizzato e tracce enigmatiche adatte alle circostanze. La modalità sandbox, infine, si è dimostrata tutto sommato una buona aggiunta, utile per sperimentare le più disparate interazioni. Insomma, anche se forse poteva proporre qualcosa di più dal punto di vista del puro gameplay, l’ultimo lavoro di Eric Chahi e del suo team convince grazie alla bellezza e alla poesia che risiedono nella comprensione di un mondo digitale sconosciuto.

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