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Pet Sematary – Recensione del nuovo film con Jason Clarke

Che Stephen King nella sua lunga carriera ci abbia terrorizzato in più modi è risaputo, e molte sono state nel corso degli anni le trasposizioni...

Che Stephen King nella sua lunga carriera ci abbia terrorizzato in più modi è risaputo, e molte sono state nel corso degli anni le trasposizioni cinematografiche scaturite dai suoi romanzi. Una di queste pellicole fu proprio Pet Sematary, che ispirandosi all’omonimo racconto del re, trent’anni fa accompagnò nelle sale cinematografiche il pubblico di allora, che dopo la visione non poteva fare a meno di guardarsi le spalle. Tuttavia molte delle critiche mosse verso quella produzione erano legate alla fedeltà non proprio estrema di essa verso il romanzo, ponendo il film come molto godibile ma abbastanza lontano dal quello che i fan si aspettavano. Il 2019 e Paramount Pictures ci portano così a una produzione moderna, provando in un certo senso a seguire la buona strada aperta dalla nuova versione di IT proposta da Warner Bros. un paio d’anni fa. Pet Sematary arriverà al cinema il 9 maggio.

Alla direzione registica troviamo la coppia formata da Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, un compito arduo che non solo cerca di replicare momenti e sensazioni che la carta stampata ha regalato per anni, ma anche di unire vecchio e nuovo in un contesto horror adatto al pubblico odierno.

Un nuovo inizio

Cercando di trovare un posto più adatto alle sue esigenze di padre di famiglia, il medico Louis Creed (Jason Clarke) decide di trasferirsi con sua moglie e i suoi due figli in una piccola località del Maine. Boston è infatti una città che non permetteva al Dr. Creed di passare abbastanza tempo con Ellie e Gage, e la tranquillità di una verde zona immersa tra i boschi era proprio quello che serviva. Tuttavia la pace non solo non è destinata a durare, ma nemmeno a iniziare. La piccola Ellie infatti scopre insieme a sua madre Rachel (Amy Seimetz) uno strano cimitero proprio dietro casa, una piccola porzione di terreno utilizzata da generazioni per seppellire i propri animaletti. La scoperta di quel posto, sarà ciò che innescherà una serie di eventi, soprattutto dopo aver fatto la conoscenza del gentile vicino di casa Jud Crandall (John Lithgow).

In questo film, gli avvenimenti di Ludlow sono ricostruiti in modo molto più fedele rispetto alla prima trasposizione cinematografica, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui la psiche dei personaggi è stata descritta. Tuttavia alcune scelte dettate dalle necessità del grande schermo hanno “smorzato” nei 101 minuti di pellicola alcuni dei concetti chiave, non riuscendo ad approfondirli degnamente. Sul piano registico il lavoro svolto dal duo Kölsch/Widmyer non è stato eccelso, limitandosi a strutturare gli eventi in una determinata timeline e adattandosi all’horror contemporaneo, con una buona dose di jumpscare, ma spesso inutili. Buono invece il modo “naturale” con cui vengono pian piano “denudate” le paure degli interpreti, innescando una catena di malsano malessere all’interno dello spettatore, rendendolo inquietamente partecipe alla storia. Discrete le scene dove la presenza di sangue ed elementi disturbanti si presentano, che vanno a compensare tuttavia una prima fase del film piuttosto lenta e piatta.

L’interpretazione del cast subisce alti e bassi, con una Amy Seimetz leggermente sotto tono e un Jason Clarke che ha visto giorni migliori, ma con grande plauso per il lavoro svolto dalla giovanissima Jeté Laurence nei panni di Ellie.

Ciò in cui purtroppo il film fallisce in gran parte, è proprio quello per cui è nato: spaventare. Al di là della presenza dei già citati elementi disturbanti come scricchiolii, ossa spostate, sangue e via dicendo, Pet Sematary punta tutto su una serie di jumpscare – perlopiù telefonati – basati molto sul comparto audio. Altro difetto da non sottovalutare, è come proprio parte della vicenda perda di credibilità perché accostata a un’inquietudine “falsa”.

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Recensione
  • Pet Sematary
    6Voto Finale

    Pet Sematary non è certo un film che ricorderemo per molto tempo. Più fedele al romanzo di Stephen King rispetto al fratello maggiore di trent'anni fa, i registi non riescono però ad amalgamare il contesto e le tempistiche, facendo risultare l'ora e mezza della pellicola come un lento tormento, più che come una terrificante attesa dell'epilogo. In ogni caso ci troviamo di fronte a una buona analisi psicologica dei personaggi, dei quali sarebbe stato apprezzabile approfondire di più il passato (soprattutto quello di Rachel). A risollevare il tutto un'ottima interpretazione della giovane Jeté Laurence, che nei panni di Ellie riesce a risultare allo stesso tempo adorabile e inquietante.

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