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Red Dead Revolver: la genesi di Red Dead Redemption 2

Scopriamo insieme cosa ha dato inizio alla serie Western più famosa di sempre
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In principio era Capcom. Esatto, perché tutta la storia che molti di voi hanno potuto provare sui propri pad su PlayStation 3 e Xbox 360, e che potranno di nuovo vedere a ottobre, con l’uscita di Red Dead Redemption 2 su PlayStation 4 e Xbox One, nasce da un titolo che all’inizio nemmeno aveva il marchio Rockstar Games sopra. In realtà tutto nasce da Angel Studios, software house che scelse come produttore del proprio gioco, Red Dead Revolver, nientemeno che la casa di Resident Evil e Monster Hunter. Durante lo sviluppo, la software house venne acquisita da Take-Two Interactive, azienda che detiene Rockstar Games: è così che nacque, dalle spoglie di Angel Studios, quello che ora è noto come Rockstar San Diego, composta dai ragazzi che hanno lavorato a titoli come il precedente Red Dead, Max Payne 3 e la saga di Midnight Club.

Naturalmente dopo l’acquisto, l’IP Red Dead Revolver era ancora in mano a Capcom: una serie di eventi, composta dalla voglia di Rockstar Games di far uscire il gioco, il suo stato di ingiocabilità e il salto avvenuto con l’edizione di Tokyo Games Show 2002 e E3 2003, fece in modo di far ritirare dallo sviluppo il gioco, permettendo alla casa di GTA di comprare il brand, così da farlo uscire poi 1 anno dopo, nel 2004.

La Nascita di un Mito

Nacque così Red Dead Revolver, titolo che faceva della vendetta di Red Harlow (e di suoi alcuni compagni) il fulcro narrativo: questo risultava di poco conto (sebbene fosse abbastanza interessante per l’epoca), a favore di un gameplay che già allora risultava innovativo, rapido e divertente. Il titolo si pone come un third person shooter, composto da un’abbozzata meccanica di copertura (che rivedremo in GTA IV), un sistema di gestione armi rudimentale (ma con una cura nei particolari puntigliosa) e un’atmosfera tarantiniana ancor prima che il maestro mettesse le mani sul genere Western.

Red assiste impotente alla morte della sua famiglia: nulla può fare, ancora ragazzo, se non impugnare quella pistola del padre tanto raffinata, con sopra il calcio un simbolo di uno scorpione, per sparare e amputare di netto al carnefice della sua famiglia il braccio sinistro. La pistola però, divenuta rovente nel fuoco dov’era caduta, ferirà la mano di Red, lasciandogli sopra una cicatrice a forma di scorpione.

Il resto del gioco (e della storia) vi porterà in viaggio per un America del 1880, inseguendo il generale Diego e il colonnello Daren per poterli uccidere. Red non sarà solo in questo viaggio: incontrerà diversi personaggi, da Jack Swift, un inglese maestro del trick-shot con le sue revolver, Annie Stoakes, una ragazza che lavora al suo ranch e Buffalo Soldier, soldato americano ed ex schiavo. Non mancheranno anche altri personaggi, tra cui il cugino di Red, Shadow Wolf, e alcuni membri delle gang nemiche. Molti di questi personaggi, nel corso del gioco, saranno utilizzabili in tratti di storia, trasformando di volta in volta il gameplay: se Red punterà tutto sulla sua revolver, Jack Swift utilizzerà due pistole per uccidere più velocemente, mentre Annie userà il suo fucile per colpire e uccidere con un colpo solo i nemici.

I vari personaggi avranno anche un’abilità unica: Red potrà utilizzare il Deadeye, simile a quello visto in Red Dead Redemption, ma un po’ meno curato esteticamente, mentre Jack potrà scaricare due raffiche di colpi addosso ai nemici più vicini.

Quando tutto era diverso

Red Dead Revolver non era Open-World; anzi, era pesantemente lineare. Poche cose vi permettevano di divagare dalla main quest, poche armi erano disponibili lungo il gioco e poca differenza c’era tra i vari livelli. Eppure il titolo si faceva giocare e divertiva in modo assoluto, puntando tutto su un’atmosfera e un gameplay capaci di far assaporare un gustoso piatto di spaghetti western come nei migliori film usciti tempo fa. Proprio la mancanza dell’open world rendeva Red Dead Revolver un titolo fruibile da molti: niente missioni secondarie lunghe da tediare l’animo del giocatore, niente collezionabili da prendere. Solo una pletora di sgherri malvestiti composti da poligoni per nulla definiti.

All’epoca, anche grazie alla leggerezza con cui i diritti d’autore pesavano sulle varie opere multimediali, Red Dead Revolver vantava una colonna sonora d’eccezione. …e per tetto un cielo di stelle si posizionava nella schermata principale (del maestro Morricone), mentre Micallizi e Pregadio con Lo Chiamavano Trinità popolavano alcune missioni di gioco. Compaiono anche pezzi di Nicolai, DeMasi e Rota, popolando così il gioco di dozzine di tracce musicali principalmente italiane, magistralmente posizionate nelle fasi di gioco e, soprattutto, perfette per l’occasione. D’altronde ricordiamoci anche che Rockstar Games è nota per avere la manica larga per quanto riguarda le licenze musicali: ogni GTA fino ad oggi ha avuto fior di tracce sonore di alto livello, pezzi famosi inseriti tramite licenza nelle radio di gioco.

Anche se parliamo del 2004, le missioni secondarie erano assenti in favore di qualcosa di non troppo strano per i videogiochi moderni: la modalità Bounty Hunter, che permetteva di rigiocare determinate missioni ad una difficoltà maggiore, allungava il titolo quasi come fa ora la avezza modalità New Game+. Questa modalità Bounty Hunter inoltre, presentava delle sfide da superare (come sparare solo in testa o concludere in 2 minuti la missione), e una volta superate avrebbero sbloccato un personaggio… nella modalità multiplayer!

Ritorno al (multiplayer) futuro

Ebbene si: Red Dead Revolver aveva una modalità multiplayer. Naturalmente nulla di online, tutto in locale, eppure era perfettamente divertente e frustrante allo stesso modo. La modalità si chiamava Showdown e permetteva da 2 a 4 giocatori di scontrarsi tra di loro. Il modo in cui potevano scontrarsi variava in base a tre tipologie di gioco:

  • Cacciatore di Taglie: unico obiettivo, raggiungere il limite di punteggio della taglia per vincere la partita.
  • Calare del Sole: una sorta di time trial, sempre a punti.
  • Mezzogiorno di Fuoco: la classica sparatoria all’O.K. Corral

In Red Dead Redemption, nel multiplayer venne rilasciato un pacchetto chiamato Legends and Killers, contenente anche le skin degli eroi di Red Dead Revolver. Qui potete vedere un Red graficamente migliorato.

Naturalmente nel gioco comparivano anche potenziamenti come effetto ghiaccio o fuoco, miglioramenti delle abilità o della vita e, la più divertente di tutte, la modalità ubriaco, dove tutti i controlli si invertono al giocatore che la prende.

Per essere del 2004, questa modalità contava più di una dozzina di mappe e più di 45 personaggi, ognuno con un’arma e un’abilità diversa.

Un viaggio sotto al sole

Ciò che poteva essere detto riguardo Red Dead Revolver, ora è stato detto: purtroppo però non basta, in quanto il gioco si presta a un’esperienza davvero difficile da raccontare, ma che tutt’ora mi spinge a volerlo avviare di nuovo su PlayStation 4 (è disponibile a 14.99€).

Bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro.

Molti di voi avranno spolpato Red Dead Redemption, ma anche questo cambio di nome ha portato la sua genesi a perdersi nei meandri di una console così piena di giochi da creare confusione. E’ giusto attendere il nuovo capitolo Rockstar Games grazie all’esperienza avuta dall’avventura di John Marston: eppure sarebbe ancora più legittimo parlarne dopo aver visitato il luogo dove tutto è nato. Quel luogo sabbioso, sporco di sangue e polvere da sparo, dove Red Harlow calpesta le carcasse dei suoi nemici alla ricerca di una vendetta verso i carnefici della sua famiglia. Red Dead Revolver è l’inizio di tutto, e mai è stato più giusto provare la sua esperienza, in vista di ciò che a ottobre arrivera su PlayStation 4 e Xbox One.

Noi saremo in streaming giovedì 10 maggio, sul nostro canale Twitch, e per l’occasione inizieremo il gioco da zero. Vi aspettiamo!

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