Splinter Cell: cosa vorremmo in un nuovo gioco della saga

Splinter Cell: cosa vorremmo in un nuovo gioco della saga

Dopo l'arrivo di nuovi leak su un possibile nuovo capitolo della saga, proviamo a immaginare lo Splinter Cell che vorremmo vedere in futuro.

Di recente sono apparsi in rete dei nuovi leak riferiti al potenziale sviluppo di un nuovo gioco della serie Splinter Cell, facendo seguito a voci di corridoio che sono progressivamente aumentate nel corso di questi 8 anni dal lancio dell’ultimo capitolo. Tale vocio non ufficiale di leak è stato però seguito nel tempo da Ubisoft soltanto da nuovi camei di Sam Fisher in molteplici giochi come in Rainbow Six Siege, Ghost Recon Breakpoint e Tom Clancy’s Elite Squad, senza però alcun accenno a un vero e proprio prodotto inedito. In questo speciale vorremmo quindi provare a ipotizzare un nuovo possibile Splinter Cell alla luce dei già citati leak, analizzando però anche le concause storiche che hanno portato all’arresto improvviso della saga, immaginando insieme a voi un gioco che abbia la forza di ristrutturare i pilastri del marchio, il tutto attualizzando la situazione e senza cadere in banali nostalgie.

 

Comprendere il passato per provare a ipotizzare il futuro

Vorremmo quindi iniziare la nostra disamina con alcuni cenni storici della serie, visto che a nostro modo di vedere, come anche a parere di alcuni esperti che si sono occupati dei leak, la buona riuscita di un nuovo titolo dipende da quanto si è imparato dagli inciampi fatti nel corso degli anni e da come sono invecchiate alcune determinate meccaniche. Dopotutto Splinter Cell è una saga di vent’anni fa, con il primo capitolo che vide la luce nel lontano 2002, inizialmente in esclusiva sulla prima Xbox. Il titolo si poneva in netto e aperto confronto con Metal Gear Solid 2 per il titolo di miglior stealth del tempo, e seppur non riuscisse a toccare le follie creative dell’immenso Kojima, era comunque in grado di giocare molto bene la carta di una narrazione di gioco credibile e verosimile. Questo grazie alla licenza ottenuta da Ubisoft nell’usare le opere di Tom Clancy’s, il famoso e geniale scrittore di tecno-thriller, spionaggio e fantapolitica.

La storia di Splinter Cell era infatti pragmatica, realistica, con intrighi internazionali e cyberspionaggio che montavano delle vicende complesse, ambientate in un mondo appena uscito dal crollo del Muro di Berlino, e che faceva i primi conti con la minaccia terroristica orientale. Mancavano i sofismi di Kojima, ma il gioco riusciva a fare quello che doveva: rendere il giocatore una spia dalle caratteristiche umane e carismatica in un mondo quasi sovrapponibile al nostro. L’eroe delle vicende era Samuel Leo Fisher, un agente speciale del NSA addestrato ed equipaggiato per operazioni d’infiltrazione ad altissimo rischio in zone di guerra e in strutture sorvegliate.

Le idee alla base della formula ludica del primo – e successivamente di quasi tutti i capitoli – erano sostanzialmente le stesse, l’oscurità e il silenzio erano le armi migliori di un agente speciale in azione; al contrario, azioni avventate e attacchi improvvisati potevano causare una prematura dipartita. Filosofia che rimase immutata anche nel successivo capitolo, Pandora Tomorrow che riproponeva tutti i pregi del gioco precedente ma che cambiava setting con numerose sezioni nel verde delle foreste indonesiane. Fun fact, probabilmente gran parte dell’affetto che i fan italiani provano per questi giochi è in parte dovuta alle prove di doppiaggio stupefacenti che Luca Ward ci ha regalato in questi 20 anni.

Ma la vetta si raggiunse probabilmente nel 2005 con l’arrivo di Splinter Cell Chaos Theory, forse il miglior titolo della serie, con una storia ancora più complessa e trascinante e un gameplay ancora più raffinato. Infatti, lo stealth diventava ancora più intenso grazie a un sistema di rivelamento dei suoni emessi che si univa a quello già rodato della luminosità degli ambienti circostanti per aiutare il player nelle sue infiltrazioni tattiche. Andiamo quindi ancora avanti nel tempo, con Double agent che arrivò un anno dopo su PS3 e Xbox 360. Purtroppo, la storia di gioco sradicava alcune figure iconiche dell’universo narrativo, ma in generale il titolo fu un discreto successo. Splinter Cell Conviction invece, nato nel 2010 fu probabilmente a posteriori il motivo per cui siamo oggi qui a scrivervi.

Un gioco che ha cambiato completamente le carte in tavola all’intero corso narrativo e soprattutto al gameplay della serie, nel bene e, purtroppo, anche nel male. Il Sam Fisher di Convinction era un uomo che aveva subito vari e gravissimi lutti lavorativi e familiari, e con la sua vita che era andata a pezzi, così come era accaduto anche il suo pacato autocontrollo e sangue freddo. Inoltre, la scoperta che la sua seconda famiglia (il suo mondo di lavoro) lo aveva pugnalato alle spalle, lo aveva trasformato in un cacciatore feroce e bramoso di sangue.

Splinter Cell

Purtroppo, in modo trasversale quel cambiamento così devastante nel carattere del personaggio, che si è tradotto nel gameplay diventando quasi un third person shooter, finì per spezzare anche la community in modo quasi indelebile. In verità, Conviction non era un brutto gioco, anzi, aveva una storia matura e brutale e un gameplay adrenalinico e soddisfacente, soprattutto nella modalità cooperativa.

Vi era solo un problema: per moltissimi fan non era più Splinter Cell. Tale spaccatura fra gli sviluppatori e la community venne ereditata anche dal capitolo successivo nel 2013 con l’ottimo Blacklist, un gioco che aveva rimediato a tanti errori e sviste del precedente capitolo, ma che in parte si accontentava di stare nel mezzo. Infatti, il titolo riportava di base la formula action di Convinction, ma che era stata modificata per essere estremamente customizzabile, al punto da farla somigliare al vecchio Splinter Cell di un tempo. Nonostante tutto, le buone intenzioni e la realizzazione non bastarono a garantire il successo commerciale del nuovo capitolo, che nonostante le buone valutazioni della stampa specializzata non fu venduto in modo soddisfacente per gli standard di Ubisoft.

 

Come dovrebbe essere il nuovo Splinter cell (secondo noi)

Tornando al presente, lo Splinter Cell che vorremmo, e che pare anche molti altri fan desiderino, dovrebbe essere un titolo stealth di alto livello, un gioco che sappia garantire una sfida elevata ma soprattutto che faccia da riscatto all’identità della saga. Un nuovo prodotto che possa conferire al player quella stessa sensazione di essere una spia super segreta, una cellula fantasma, il meglio del meglio quando si parla di introdursi di nascosto in luoghi fortificati e sorvegliati senza lasciare traccia, ma che allo stesso tempo sappia anche come cavarsela anche in occasione di una sparatoria.

Infatti, almeno a parere di chi vi scrive, non esiste un potenziale seguito senza che alcune delle meccaniche dei primi giochi vengano svecchiate per stare al passo con il mondo dei videogiochi di questo decennio. Come non citare per esempio il macchinosissimo sistema di shooting della prima trilogia, che oggi sarebbe a dir poco anacronistico. Bisognava per esempio preparare ogni arma prima di aprire il fuoco, con conseguente perdita di attimi vitali dinanzi a una situazione d’emergenza. I controlli poi, rendevano il corpo di Fisher quasi un pezzo di legno con degli arti attaccati, conferendo un certo senso di staticità al tutto che probabilmente solo il buon level design di quei giochi riusciva a mitigare.

Ciò che ci piacerebbe vedere del passato della serie invece, riguarda il portamento e le capacità belliche del protagonista in grande rispolvero. Come già accennato, Sam Fisher è infatti un agente élite, ci piacerebbe tantissimo per esempio la reintroduzione delle mosse acrobatiche d’infiltrazione. Nei primi giochi Fisher era in grado di compiere, fra le altre cose, anche brevi scalate fra pareti di corridoi sufficientemente ravvicinati fra loro e restare a gambe aperte in sospensione con una posizione sopraelevata, dalla quale poter aspettare gli ignari avversari. Certamente queste acrobazie erano molto circostanziate, ma nonostante l’età del buon vecchio Sam non ci spiacerebbe comunque tornare a vederlo compiere tali azioni.

Altro fattore importantissimo nel kit da perfetta spia erano i gadget, oltre alle fidate 2 uniche armi a disposizione di Fisher nei primi 3 giochi (che ovviamente vorremmo ampliate in numero), vi erano anche un quantitativo impressionante di gadget creati su misura per le infiltrazioni in aree pesantemente sorvegliate. Era ad esempio possibile equipaggiare microcamere adesive, con integrate funzioni per fare rumore e attirare i nemici, emettere gas stordente, o ancora mine da muro, proiettili modificati come quelli di gomma o elettrici per atterramenti non letali, mod per tramutare il fucile d’assalto modulare in un fucile a pompa o un fucile anti-materiale e molto altro.

Splinter cell

Insomma, quello che vorremmo da un nuovo Splinter Cell è la capacità di tornare alle origini senza però fermarsi alle meccaniche di gioco di vent’anni fa, un titolo che sappia rendere giustizia anche al buon sistema di shooting degli ultimi due capitoli, ma che ci riporti allo stesso tempo un Sam Fisher equilibrato e una storia contemporanea e adattata ai problemi di questo decennio. Un prodotto che, parafrasando quanto detto precedentemente dal CEO di Ubisoft Yves Guillemot, non abbia paura di deludere i fan e osi rischiare, per evitare quanto accaduto con Blacklist. Un capitolo che possa essere eterno, come il suo protagonista e il suo visore verde.

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