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The Last of Us Remake: ne abbiamo davvero bisogno?

Dopo quanto rivelato da Jason Schreier, è giunto il momento di porsi l'annosa domanda; abbiamo davvero bisogno di The Last of Us Remake?

Ammettiamolo, il tempo non è mai stato particolarmente gentile con l’industria videoludica. Se film, libri e musica possono essere goduti con relativa semplicità anche a distanza di decenni – e senza particolari differenze tecniche dalle produzioni odierne -, videogiochi ritenuti colonne portanti del mercato hanno nel tempo perso l’appeal del pubblico. Sia chiaro, qui non stiamo parlando del loro fascino storico e simbolico, quanto piuttosto della loro fruizione ludica pratica; tra comandi macchinosi, scelte di design dettate da hardware ben poco performanti e comparti tecnici spaventosamente datati, sono innumerevoli le produzioni della nostra carriera videoludica che le nuove generazioni non toccherebbero neanche con un bastone. A ben vedere, sostanzialmente tutte le produzioni che vanno dall’epoca Ps2/Xbox in giù – ma anche svariate opere PlayStation 3 e Xbox 360 cominciano a mostrare qualche scricchiolio – appaiono oggi difficilmente digeribili agli occhi di un pubblico che, molto semplicemente, è abituato a una diversa fruizione dell’esperienze ludiche.

Il gaming è insomma un mercato in continua trasformazione, con cambiamenti che vanno palesandosi ben più velocemente rispetto a qualsiasi altro settore dell’intrattenimento, peculiarità che se da una parte ha permesso al medium di esplodere con rinnovata forza in tutto il globo, dall’altro lato ha penalizzato innumerevoli titoli che già dopo pochi anni dall’uscita vengono bollati come datati. Non importa che si parli di Resident Evil, Shadow of the Colossus o Final Fantasy, alla fine dei conti ci ritroviamo sempre con esperienze che rimarranno impresse nei nostri cuori fino alla fine dei tempi, ma che ben pochi giocatori, oggi, vorrebbero toccare con mano… e nel caso in cui dovessero decidere di compiere il grande passo, sentirebbero con estrema forza quei limiti strutturali che ai tempi erano semplicemente la prassi.

Dalle remastered ai remake

Queste palpabili difficoltà nel mantenere attuali esperienze ludiche vecchie di generazioni sono state in parte aggirate grazie alle remastered, versioni leggermente rivisitate di quei titoli tanto amati che grazie a risoluzioni più elevate e a una maggior pulizia generale hanno permesso a qualche “nuova leva” di dare una chance a svariati gioielli di un’epoca passata. Solo con il sopraggiungere di PlayStation 4 e Xbox One si è però davvero tentato di fare un passo in avanti che potesse realmente riportare in auge quei capolavori che ci hanno accompagnato nel corso della nostra carriera videoludica, quando le grandi major del settore hanno deciso di spingere l’acceleratore sui remake. Ampliando il concetto che stava alla base delle rimasterizzazioni, svariate software house si sono rimboccate le maniche dando nuova e concreta linfa vitale a titoli di grande spessore. Resident Evil 2, Crash Bandicoot, Demon’s Souls, Final Fantasy VII, questi sono solo alcuni dei giochi che hanno potuto godere di una vera e propria seconda vita, capaci di raggiungere due obiettivi ben distinti; avvicinare nuova utenza a saghe alle volte dimenticate dal grande pubblico e tastare il terreno in previsione di potenziali capitoli per quelle IP spesso appartenenti a un’epoca dimenticata.

Resident Evil 2

Che si parli di vistosi cambiamenti grafici, modifiche alla struttura ludica o vere e proprie trasformazioni di quella che era l’esperienza originale, la prassi è sempre e solo una; riprendere in mano produzioni incompatibili per gli standard odierni e ammodernarle, rendendole capaci di competere ad armi pari con i titoli del momento… ed è proprio partendo da questo presupposto che le ultime novità in casa Sony hanno fatto storcere il naso a più di un fan. Come molto probabilmente saprete, infatti, in questi ultimi giorni il noto giornalista Jason Schreier ha svelato numerose informazioni relative proprio alla società nipponica, alle sue future strategie e ad alcuni dei team First Party della compagnia. Tra le tante novità svelate dal giornalista, figura in particolare quello che sembrerebbe essere un vero e proprio The Last of Us Remake in sviluppo da diverso tempo, prima lasciato nelle mani di un team secondario e successivamente affidato ai ragazzi di Naughty Dog. Parliamo di notizie non confermate direttamente da Sony e che, conseguentemente, vanno prese con le giuste precauzioni, ma al contempo sono state capaci di scatenare un generale scompiglio tra i videogiocatori, tutti ritrovatisi a porsi lo stesso emblematico quesito: c’è davvero bisogno di The Last of Us Remake?

The Last of Us Remake, il minimo sforzo per il massimo guadagno

Come detto poco sopra, i remake sono pensati soprattutto per produzioni particolarmente datate e i cui limiti ludici e tecnici li rendono oggigiorno poco appetitosi, e The Last of Us è tutto tranne che questo. Certo, parliamo di un titolo uscito ben 8 anni fa, ma al contempo s’identifica come uno dei migliori giochi mai usciti su PlayStation 3, al punto tale da essere godibilissimo ancora oggi senza il minimo problema; se poi si considera che la creatura targata Naughty Dog ha potuto godere anche di una versione rimasterizzatata per PlayStation 4 – la quale ha smussato qualche piccolo spigolo presente nell’opera originale – la scelta di sviluppare un vero e proprio remake del titolo appare poco sensata… certo, sempre che non si voglia guardare il tutto da un punto di vista spiccatamente commerciale. Seppur sia sicuramente possibile migliorare ancora il gioco per permettergli di avvicinarsi agli elevatissimi standard tecnici ottenuti con il secondo capitolo, già oggi tutti sono ben consapevoli che un ipotetico The Last of Us Remake offrirebbe ben poco in termini di novità e, conseguentemente, richiederebbe anche investimenti particolarmente esigui a fronte dei potenziali guadagni.

La prima grande avventura di Ellie e Joel, dopotutto, viene ricordata tutt’oggi con incredibile gioia dal pubblico e sono molti quelli che probabilmente sarebbero ben felici di riacquistarlo a prezzo pieno – o quasi – anche su PlayStation 5. Eppure, è proprio da qui che si torna alla fatidica domanda: abbiamo davvero bisogno di una simile produzione? Quando si pensa alle remastered, è facile tornare con la memoria ai tempi in cui ne sono uscite a bizzeffe, rivisitazioni di titoli su titoli molto spesso completamente inutili. Si pensi a quel Tomb Raider la cui unica vera novità era relegata al realismo dei capelli di Lara o, ancora, alla pessima HD Collection di Silent Hill, realizzata in fretta e fuori al solo scopo di racimolare qualche spicciolo. Questi sono solo due degli infiniti nomi che potremmo elencare come esempi lampanti di questa prassi, il tentativo d’ottenere il massimo guadagno con il minimo sforzo, fosse anche necessario riesumare dalla tomba produzioni che forse sarebbe stato meglio lasciare a riposare sottoterra. Ora che con le console di nuova generazione si è però puntato fortemente anche sul concetto di retrocompatibilità, le rimasterizzazioni hanno perso agli occhi del pubblico buona parte del loro (già non particolarmente esaltante) appeal, e sono molti quelli che si domandano quale potrebbe essere la prossima mossa delle grandi compagnie videoludiche.

The Last of Us

Ebbene, proprio The Last of Us Remake potrebbe identificarsi come un importante tassello di questo passaggio, un’opera che se dovesse ottenere il giusto successo potrebbe portare alla nascita di un vero e proprio trend, con titoli vecchi anche solo di pochi anni tirati a lucido e riproposti sul mercato per “far cassa”. I remake sono un’opportunità importante per l’industria e che, se sfruttata a dovere, permetterebbe a pilastri della storia videoludica di emergere dalle proprie ceneri per tornare a stupire videogiocatori di tutte le età, un’opportunità che però rischia anche di andare miseramente sprecata. La riproposizione di The Last of Us si posiziona come un potenziale banco di prova per il futuro su cui bisognerà fare molta attenzione, un ritorno in pompa magna di cui, onestamente, non si sente minimamente il bisogno.

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