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Time – Recensione del documentario premiato al Sundance

Time è senza dubbio una delle migliori produzioni della Festa, un documentario delicato e pressante. Ecco la nostra recensione.

Fox Rich è un’imprenditrice e madre di sei figli maschi. Vent’anni fa, lei e il marito Robert rapinarono una banca per salvare la propria attività dal fallimento. Fox, che scelse di accettare un accordo con la pubblica accusa, si fece solo cinque anni di prigione, mentre il marito, che invece lo rifiutò, fu condannato a sessant’anni di galera, una punizione da molti ritenuta decisamente eccessiva. Da più di vent’anni, la donna combatte per il rilascio del marito, scontrandosi con le istituzioni carcerarie americane e denunciandone l’ingiustizia in giro per l’America. Accostando i video del passato che Fox ha registrato per Richard per documentare la crescita dei loro figli al presente degli intimi scorci della vita della donna e della sua famiglia nel presente, la regista Garrett Bradley compone lo straordinario ritratto di una resilienza e di un amore incrollabile di fronte alle avversità della vita. Fresco del suo successo all’ultima edizione del Sundance Film Festival, dove ha vinto il premio per la regia nella categoria documentari, Time arriva nelle sale della Festa del Cinema di Roma, dove è già in lizza per il miglior film della selezione.

Time: un incrocio tra passato e presente

Un racconto intimo e superbamente costruito, il film indaga in maniera tutta nuova la spinosa questione del sistema carcerario statunitense, una delle grandi contraddizioni della più importante democrazia occidentale. Già, perché gli Stati Uniti, home of the free and the brave, contano uno sfortunato quanto ironico primato mondiale: il più alto numero di carcerati pro capite del mondo, con un’altissima percentuale di prigionieri di colore. Un sistema rieducativo e criminale che è stato a lungo oggetto di critiche e dibattiti, di cui forse il più noto esempio al grande pubblico è stata la commedia nera targata Netflix Orange is The New Black.

Time fa eco a una nuova ondata di autorialità femminile e di una nuova espressione artistica nel panorama di cinema documentaristico e del reale. I rimandi del film al primo (e migliore) Spike Lee non passano inosservati, come non passa inosservato il parallelo della Bradley con autrici di altissima qualità e rilevanza attuale come Ava DuVarney.

La regista si cimenta per la prima volta con il lungometraggio documentario dopo una lunga esperienza nel cortometraggio, equilibrando sapientemente identità artistica e regole di genere: Garrett Bradley accosta con garbo un formato corsaro a momenti di verità documentata, alternando il passato degli home video di Fox ai momenti catturati dalla macchina di presa. Un dondolio tra passato e presente, costruito su un montaggio alternato di due periodi di tempo che sono anche due tecnologie a confronto: i momenti familiari catturati e custoditi dalla piccola macchina da presa analogica di Fox e la ripresa del presente nel formato digitale del nuovo cinema, citato anche nell’uso, a volte eccessivo, dello smartphone da parte della protagonista.

Passato e presente che si mischiano, si confondono, diventano un’unità organica che esplora un’attesa che è un martirio, una mancanza che è un dolore atroce, un’ingiustizia che affonda le radici nel violento passato razzista degli USA. Ma anche un elogio alla vita e all’amore materno, alla resilienza e alla lotta al razzismo istituzionale attraverso la ricerca dell’eccellenza: Fox che da madre sola di sei figli costruisce una vita di agi per lei e per la sua famiglia in attesa (paziente) del ritorno del marito; i suoi figli, studenti modello, che puntano al successo spronati dalla indomita madre.

Time è molto più che un esercizio di stile. È la cronaca di un amore che vince sulle avversità, sul successo come lotta al razzismo, sulla lotta come ragione di vita e sulla speranza che domina gli oceani del tempo.

Recensione
  • Time
    9.7Voto Finale

    Un grandissimo esordio di una promettente autrice, Time indaga in maniera originale una delle più grandi contraddizioni e problemi degli Stati Uniti d'America, alternando sapientemente identità autoriale, qualità artistica e rigore stilistico.

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