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Anna – Recensione, una femme fatale alla ricerca della propria identità

Anna è uno di quei film che, attraverso la propria storia, riescono a mescolare le carte in tavola, ispirando alcune riflessioni.

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La “femme fatale” resta un modello cardine della storia del cinema, nonché, almeno al giorno d’oggi, un qualcosa di parecchio difficile da adattare agli stilemi moderni e all’attuale concezione del personaggio femminile nelle varie pellicole, senza cadere in cliché o in sviluppi che sanno di “già visto”. Vediamo queste donne letali nascere fin dal primissimo cinema muto, le vediamo seduttrici e al tempo stesso pericolose, costruendo con loro un legame che trascende le regole della vita normale, ispirando fantasie non sempre facilmente traducibili, ma comunque assolutamente personali. Ecco che gli sguardi oscuri, indecifrabili e penetranti delle leggendarie Louise Brooks o di Betty Amann, ad esempio, sono diventati qualcos’altro nei secoli, materializzandosi attraverso lo svilupparsi di un mezzo che ha cominciato ad incardinare questo genere di personaggi non soltanto nell’ambito seduttivo-pericoloso, ma anche in quello di una vera e propria tangibilità tutta pulp e sanguinaria. Anna (attualmente presente su Amazon Prime Video) s’incastona proprio in tutto ciò cercando, attraverso i vari eventi di cui la vedremo protagonista, di far riflettere anche su alcune tematiche che appartengono in prima persona allo spettatore stesso, in clima non troppo “impegnato”.

Luc Besson, lo sappiamo bene, è un regista che negli anni ha saputo rappresentare più di una storia con al centro personaggi femminili estremamente forti e freddi, capaci di far fronte a situazioni e contesti più che complessi e finanche letali. Le sue protagoniste attingono pienamente dal modello femminile suddetto, inserendolo però in storie, anche surreali, che riescono a catturare l’attenzione dello spettatore, complici sia la caratterizzazione particolarizzata, sia gli intrecci narrativi sempre attenti a calibrare ogni singola cosa. Con Anna il regista è tornato parzialmente indietro, forse alle proprie segrete origini personali, trasponendo una storia che, almeno sulla carta, non osa troppo, disegnandola con elementi fin da subito riconoscibili che riescono comunque a incuriosire fino alla fine.


Anna

Anna a metà

La trama di questo Anna è piuttosto semplice. Al suo centro vediamo questa bellissima ragazza russa (interpretata da Sasa Luss) bionda e apparentemente delicata, inserita però in uno dei contesti storici (qui rielaborato) più crudeli, quello della Russia del KGB. Queste sono le premesse che parrebbero tipizzare fin da subito una situazione in cui Besson sa perfettamente come muoversi. Il segreto di questo film, infatti sta nella sua struttura narrativa, nel modo in cui vengono narrati gli eventi, nel continuo rielaborare, smentire e mescolare quello che si ha davanti, in una trasposizione che si muove continuamente nel tempo. Flashback, doppi giochi, maschere, frasi non dette o appena sussurrate… il tutto con una protagonista che dovrà districarsi in situazioni che la metteranno continuamente alla prova sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista personale. Il fatto, poi, di essere una modella come copertura, permette al regista di inserire nella storia anche alcune critiche e prese in giro palesi nei confronti del mondo della moda, della fotografia, e della strumentalizzazione del corpo femminile fatte da riviste e stilisti.

E’ proprio qui che Anna risulta interessante, non soltanto per via dello stile generale e del tocco riconoscibilissimo di Besson, ma per via del fatto che la femminilità ed il corpo della protagonista, oltre ad essere uno strumento di seduzione, diventa anche strumento di morte e soprattutto di riflessione personale. La caduta nei cliché classici di questo modello cinematografico è praticamente dietro l’angolo, anche se il punto di vista di Anna riesce non soltanto a geometrizzare quanto si vede, criticandolo, ma a trasporre l’attenzione dello spettatore altrove, alla sua condizione non soltanto femminile ma anche sociale, alla sua condizione di essere umano in un mondo estremamente spinoso in cui bisogna sapere come muoversi. Una ricerca continua, una corsa che vuole definire e definirsi, andando otre le sovrastrutture di genere. Questo è senza dubbio il cuore pulsante di una spy story che vuole parlare anche di altro, senza premere troppo sulle dinamiche classiche del genere. Spy story che non ha paura neanche di mostrare le fragilità della sua protagonista e tutta la violenza più diretta del lavoro che la disegna.

Anna

Il mondo in cui Anna si muove

Dal punto di vista sintattico il film risulta parecchio dinamico fin dalle sue prime inquadrature, componendosi di immagini  atte a valorizzare la protagonista stessa, senza però troppo esagerare. I primi piani, la fotografia e i movimenti di macchina restano piuttosto “classici” anche se in alcuni frangenti sfiorano le corde di un intimismo ispirato, senza addentrarcisi del tutto, per tornare immediatamente negli stilemi del genere stesso di appartenenza. Anna è centrale in ogni contesto, e questa centralità risulta interessante, anche se alle volte limita la presenza in scena degli altri personaggi e soprattutto la loro caratterizzazione, in più frangenti messa da parte (il cast vede in scena anche attori come Cillian Murphy, Luke Evans ed Ellen Mirren). Si tratta comunque di una pellicola che sa intrattenere dall’inizio alla fine, disegnata da una leggerezza in grado di sorprendere, soprattutto per gli intrecci narrativi e per le scelte registiche di alcune sequenze. La colonna sonora resta un valore aggiunto.

Ovviamente i richiami a Nikita, film del 1999 dello stesso regista, sono inevitabili, in particolar modo nel dualismo in cui Anna s’incardina immediatamente, dualismo che qui non soltanto mette in scena gli atti di una storia scissa tra due donne che coabitano insieme, ma un vero e proprio scontro non solo intimo ed individuale, ma anche sociale, in cui questa Anna si trova a dover utilizzare le carte a sua disposizione in un labirintico incedere che ne mette a nudo gli intenti a poco a poco, privando lo spettatore stesso di un punto di vista onnisciente. Si viene lanciati immediatamente nella trama, senza però scioglierne i nodi apertamente, e privilegiando, con scelte anche linguistiche precise, un avanzamento fortemente legato al mistero e alle ombre che compongono il film in toto.

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Recensione
  • Anna
    7.5Voto Finale

    Questo Anna di Luc Besson da una parte guarda apertamente al passato del regista, con tutta una serie di richiami e anche citazioni a specifici personaggi precedenti della sua filmografia, e dall'altra prova a costruire una storia che non soltanto si lega ai classici elementi del genere di appartenenza, ma che tenta di rifletterci anche su, il tutto passando dagli occhi della sua stessa protagonista, scissa tra la bellezza accecante e la fragilità interiore. E' proprio questa scissione che curiosamente rapisce, trasponendo una narrazione che si distacca da alcuni stereotipi, mettendo in scena le paure tipiche dell'essere umano, anche se queste vengono alternate da scelte estremamente esagerate e coreografiche, non troppo sensibili. La violenza, il sesso, la tensione, l'egoismo, la lotta di genere, la morte e la libertà personale restano gli elementi cardine di un film piacevole e piuttosto dinamico.

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