Sono una videogiocatrice che non gioca ai videogiochi

Sono una videogiocatrice che non gioca ai videogiochi

Immagina di avere vent’anni, di essere cresciuta circondata dai videogiochi, di voler essere una videogiocatrice ma non sapere da dove iniziare.

Immagina di avere vent’anni. Immagina di avere vent’anni e vivere circondata da persone che amano i videogiochi, e che sperano un giorno di poterli trasformare in un lavoro. Immagina di essere cresciuta in un mondo dove i videogiochi erano considerati “sbagliati” (specialmente se sei un ragazza), ed essere quindi diventata grande osservando il  mondo videoludico sempre e solo da lontano. Ecco, questa è la mia storia. Sono una ragazza che ama il cinema, la musica e che vive circondata da qualsiasi tipo di arte, ma anche una ragazza che vorrebbe videogiocare, non sapendo però come si fa. Eppure io ci ho provato eh, lo giuro, moltissime volte. Ma non ho mai trovato quel gioco, quella storia, quella combinazione di tasti capace di farmi innamorare e di farmi dire «Ok, sono una videogiocatrice».

Sì, ma da quando ami i videogiochi?

Era il 2005, eppure lo ricordo come se fosse ieri, quando un giorno d’inverno mio padre tornò a casa con un pacco. Dentro quel pacco c’era una mattonella strana, nera, abbastanza pesante, e le uniche parole che sono uscite dalla bocca di papà in quel momento sono state «Stai attenta che si rompe». Avere una PlayStation 2 a casa – quando hai 6 anni e vivi in un paesino di 500 persone la cui età media raggiunge agilmente i 75 anni – non è scontato. Eppure era lì e, nonostante i miei amici al momento non ne volevano sapere di giocare con me, mi bastavano le gambe di mio padre, un joypad troppo grande per la mia mano e quella strana galassia che compariva sulla televisione una volta premuto il tasto di accensione.

Diciamo che è cominciata così la mia passione per i videogiochi, con Harry Potter e la camera dei segreti. Poco tempo dopo è arrivato il mio primo Game Boy Advance SP, che mi ha trasportata per la prima volta nel mondo dei Pokémon, e in quello di FIFA (dove potevo far vincere – imbrogliando – la squadra del cuore di mio nonno per renderlo felice). Potrei andare avanti per ore a parlare delle mie esperienze videoludiche, visto che di console ne ho avute non poche (PSP, Nintendo DSi, Nintendo Wii, 3DS, Wii U, PlayStation 3, PlayStation 4 e Switch) ma la mia domanda resta sempre la stessa: possibile che non sia stata capace di trovare un gioco capace di appassionarmi?

La difficoltà

Nonostante abbia sempre videogiocato – probabilmente ai titoli sbagliati –, non sono mai stata attratta dai giochi complessi. Forse per pigrizia o forse solo perché non ne sono capace, per me trovare un videogioco “adatto” è veramente difficile. Sono state tantissime le voci che ho sentito negli anni: «Sei troppo lenta», «Non hai la giusta tecnica», «Devi ragionarci di più». Ed ecco il motivo per cui mi sono sempre trovata a giocare titoli dove “non si vince niente” e soprattutto dove non potevo morire. Niente combattimenti perché sono troppo frenetici, niente sport perché i giocatori non si muovono come voglio io, e niente esplorazioni perché sennò mi perdo.

Però io la sento la voglia. Io sento la voglia di giocare, di sedermi davanti al computer – o alla PlayStation – e dire «Chissà oggi la mia avventura dove mi porterà». Ecco perché, nel corso degli anni, mi sono ritrovata più volte a chiedere consigli ad amici che ritenevo (e ritengo tutt’ora) “esperti del settore”. «Inizia con un soulslike, gioca a Dark Souls 3». Quindi mi sono convinta, ho comprato Dark Souls (tutti e 3 perché erano in offerta) e ho iniziato a creare il mio personaggio. Dopo qualche ora passata tra una faccia verde e degli zigomi eccessivamente sporgenti, ecco che il mio guerriero era pronto per andare a combattere. 1, 2, 3, 10, 20… alla trentesima morte (al boss del tutorial) e al decimo pugno sul tavolo, mi sono resa conto che forse i SoulsLike non fanno per me (tempo di gioco stimato 10 ore). «Prova a giocare uno stealth, hai giocato Assassin’s Creed 2, magari Dishonored ti piace». Si, ho comprato anche Dishonored, e giuro che l’ho quasi finito. Mi piaceva andare in giro senza farmi scoprire, ed evitare la maggior parte dei combattimenti per cercare di non morire; però mancava qualcosa (tempo di gioco 13 ore). Cavolo, tutti parlano di arte, di emozione e di passione, com’è possibile che non sia riuscita ad appassionarmi a nessuna storia finora?

La ricerca della vera emozione

Sono una ragazza appassionata di videogiochi, ma che non riesce a videogiocare. Il motivo non lo so, ma deve essere per forza nascosto lì, da qualche parte. Nella mia breve vita ho finito solamente tre giochi: Assassin’s Creed II, Pokemon Diamante e Marvel’s Spider-Man. Ma nessuno di questi è riuscito veramente ad “appassionarmi”, sono sempre stati fattori secondari (come scommesse, noia o mancanza di altri titoli) che mi hanno portata a terminarli. Ora che ci penso ce n’è un altro, anzi forse è proprio quello l’unico titolo che ad oggi mi ha realmente emozionata. Sto parlando di Sea of Solitude, un’avventura breve e molto semplice, probabilmente più simile a un film che a un vero e proprio videogioco.

Forse è questo quello che cerco, qualcosa che mi emozioni come lo fa un film. Qualcosa che mi tenga incollata allo schermo, che mi faccia provare rabbia, felicità, tristezza, che mi faccia affezionare ai personaggi e che mi conduca attraverso un viaggio che vorrei non finisse mai. Forse è questo quello che mi aspetto da un videogioco. Sento da sempre paragonare i titoli videoludici al mondo cinematografico. Ecco, quello di cui ho bisogno è un titolo che riesca a trasportarmi nel suo mondo e a farmi vivere una “seconda vita” proprio come succede con i film, o ancora meglio con una serie TV. È un bel po’ che sto pensando e scrivendo in cerca di una soluzione, e non l’ho ancora trovata. Spero – prima o poi – di trovare il gioco giusto per me. Nel frattempo, metto sù un film e continuo a rimanere una ragazza di vent’anni che ama i videogiochi, ma che non sa come giocarli.

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